giovedì 9 febbraio 2012

Leonard Cohen

Leonard Cohen
“Old Ideas”
Sony
Il ritorno sulle scene di qualche anno fa, motivato da un tracollo finanziario per il quale dobbiamo ringraziare – si fa per dire – il suo commercialista, ha dato nuova linfa all'ispirazione di Leonard Cohen e “Old Ideas”, il suo album numero tredici (se non contiamo quelli dal vivo) ne è il tanto atteso frutto, otto anni dopo il precedente “Dear Heather”. Avvistato per ben due volte dal vivo in Toscana - nel 2008 a Lucca per il Summer Festival e nel 2010 in Piazza Santa Croce a Firenze -, il cantautore canadese è apparso in ottima forma, nonostante la veneranda età che ormai volge verso i 78 anni. Del resto stiamo parlando dell'artista pop col maggior numero di capolavori in repertorio: si perdoni la faziosità, ma questo è il livello dell'opera di Leonard Cohen, senza considerare poesie e romanzi. Non contano dunque i riconoscimenti di una lunga carriera, i fan che lo adorano e gli artisti che fanno la fila per ammettere quanto sia stato importante per loro, giacché questo disco, che riconoscimenti ancora non ne ha ricevuti e quindi il presente, non solo il passato, conferma in maniera eclatante la statura di questo artista immenso. Una recensione, di fronte a siffatto gigante, è davvero poca cosa. Può essere utile per indirizzare all'acquisto, non certo per dare un giudizio. E allora, sia chiaro che tornano qui, come sempre, i temi cari alla sua poetica: spiritualità e passione terrena. C'è stavolta anche un comprensibile sguardo insistito nei confronti della morte, ma sereno. Eppure tutto rimane sempre difficile da interpretare fino in fondo, le facce di un diamante talmente sfaccettato da accecare un qualsiasi osservatore. Basti ricordare che l'ultima biografia uscita in Italia, quella di Ira B. Nadel, si chiama “Una vita di Leonard Cohen”: perchè sarebbe velleitario fornire un'unica interpretazione del suo genio poetico. E di questi fenomeni ne capitano pochi: come lui Bob Dylan, Piero Ciampi e pochi, pochissimi altri. Certo, questo è pur sempre un disco di canzoni: belle, malinconiche, soffuse, perse tra blues fumosi e nel contrasto tra la voce di Cohen ed eteree voci femminili. Potremmo soffermarci a tessere le lodi di questo o quel brano, profetizzandone magari la statura di futuro classico, e sottolineare la bravura dei musicisti che lo accompagnano con maestria e discrezione, e invece ci limitiamo stavolta a restare incantati da quella voce, calda, segnata da tanti amori e tante sigarette e da una vicenda artistica unica e irripetibile.

Guido Siliotto

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