lunedì 7 febbraio 2011

Posy Simmonds

Posy Simmonds
“Tamara Drewe”
Nottetempo, pp. 136, colori, euro 18
Il regista Stephen Frears, dopo essersi appassionato alle vicende di Tamara Drewe uscite a puntate tra il 2005 e il 2006 sul quotidiano inglese The Guardian per la matita di Posy Simmonds, che liberamente si è ispirata a un romanzo di Thomas Hardy (“Via dalla pazza folla”), ha deciso di lasciarsi coinvolgere dalla sceneggiatura di Moira Buffini e ne ha tratto uno dei suoi film di maggiore successo, in questi giorni nelle sale italiane. Una commedia arguta e intelligente, che è venuta fuori senza neppure tradire troppo i toni della graphic novel. Quando la giovane giornalista Tamara Drewe torna da Londra al paese natale, ora che il brutto anatroccolo è diventato cigno getta scompiglio nella quieta atmosfera di campagna e nel ritrovo per scrittori gestito da un giallista di successo e sua moglie. Ne seguirà una serie di vicissitudini e intrighi amorosi con sviluppi da black comedy. Che si sia visto o meno il film, la lettura è comunque davvero consigliata.
Guido Siliotto

Walter Chendi

Walter Chendi
“La porta di Sion”
BD, pp. 112, euro 12
E' Trieste alla fine degli anni Trenta il luogo dove si svolgono le vicende raccontate ne “La porta di Sion”, la nuova graphic novel firmata da Walter Chendi, dedicata ad una delle buie pagine della storia d'Italia. Tutto accade nella città scelta da Mussolini per annunciare l’inasprimento delle leggi razziali dopo un discorso che scuote una delle comunità ebraiche più numerose del nostro paese, il luogo che così diventerà inevitabilmente una via di fuga per gli ebrei, che da lì si imbarcheranno per fuggire verso la Palestina e raggiungere, dunque, la salvezza. La metafora di “sentirsi senza scarpe” è il filo conduttore delle vicende del giovane protagonista, che cerca faticosamente di vivere la sua storia d'amore mentre la follia razzista dilaga. Con toni pacati e tratto sicuro, Chendi – triestino di nascita, classe 1950 - ci accompagna senza mai calcare troppo la mano, lasciando al centro della narrazione la quotidianità di un periodo così triste con le gioie e i dolori di un ragazzo che si avvia a diventare adulto.
Guido Siliotto

Tupolev

Tupolev
“Towers Of Sparks”
Valeot
Fa sempre piacere incrociare artisti che non provengono dalle solite lande, specialmente Stati Uniti o Regno Unito, ma che ci consentono di apprezzare lo stato di salute di scene musicali magari molto vicine a noi, eppure spesso sottovalutate o, peggio, ignorate. Cosa dire allora di questi Tupolev, quattro musicisti di base a Vienna, che propongono con questo loro secondo album, che segue il debutto “Memories Of Bjorn Bolssen” di tre anni fa, un'opera davvero intrigante. Innamorati di certe sonorità d'avanguardia e alla ricerca di soluzioni sonore non scontate, i Tupolev si muovono in territori ostici anche se, per loro stessa ammissione, hanno deciso di non seguire il percorso già intrapreso nel debutto, preferendo inseguire una maggiore concretezza nella struttura dei brani. L'incontro fra jazz e rock è foriero di buone sensazioni e il disco, che va comunque ascoltato con attenzione, ricco di idee e sfumature, riesce sempre a tenersi su alti livelli.
Guido Siliotto

L’Enfance Rouge

L’Enfance Rouge
“Bar-Bari”
Wallace
Continua il viaggio de L'Enfance Rouge. Si perdoni la retorica, ma di viaggio si deve parlare, non solo perché, come tutti gli altri album della band, anche questo porta come titolo un possibile itinerario, punto di partenza una città pugliese, con l'arrivo verso il Montenegro, ma anche perchè proprio il viaggio è da sempre l'ispirazione principale per il trio, un percorso geografico che è pure musicale, sempre alla ricerca di nuove sonorità, oltre che esistenziale. Dopo quella meraviglia che fu “Trapani – Halq Al Waady”, disco dalla bellezza quasi sorprendente nella capacità di mescolare rock e musica di stampo mediterraneo, stavolta la musica di François R. Cambuzat (voce, chitarra), Chiara Locardi (voce, basso) e Jacopo Andreini (batteria, ottoni) – oltre l’amico Bertrand Cantat (Noir Désir), invitato a suonare sul brano “Vengadores” - si fa più diretta. Sempre pulsante ed energico, il suono è coinvolgente e senza compromessi, per un disco che segue con coerenza quel percorso anche fortemente politico intrapreso dal lontano 1993.
Guido Siliotto

Pop. 1280

Pop. 1280
“The Grid”
Sacred Bones
Prendono il nome da una novella della scrittore Jim Thompson ed esordiscono con questo mini-album di sei brani dopo alcuni 45 giri e uno split in compagnia degli Hot Guts. I Pop. 1280 (dove “pop” sta per “population”) arrivano dritti dritti da New York City e si vantano di essere una band cyberpunk. Definizione un po' fuori luogo: in realtà Chris Bug, Ivan Lip, John Skultrane e Andrew S., assieme da un paio d'anni, non sono altro che un altro quartetto che fa del sano rock'n'roll. Brutti sporchi e cattivi, si direbbe dal sound, che è appunto diretto, senza fronzoli, ruvido quanto mai, tra chitarre scordate e sintetizzatori scalcinati, il tutto registrato negli scantinati di una scuola cattolica abbandonata. Eredi della migliore tradizione di molestatori del rock, gente come Chrome Cranks e Pussy Galore, sono un'altra scommessa per il futuro. Non fanno niente di nuovo, ma lo fanno benissimo. E poi “Step Into The Grid”, il brano che apre il disco, è davvero irresistibile. Provare per credere su myspace.com/population1280.
Guido Siliotto

Aspec(t)

Aspec(t)
“Waspnest”
Toxo / Viande / Fratto9 Under The Sky
Napoli fucina di talenti per l'underground italiano. Proprio da lì arrivano questi Aspec(t), duo formato dal terrorista elettronico SEC_ e dal sassofonista Mario Gabola (già membro dei concittadini A Spirale). Se il primo si divide tra computer e strumentazione analogica, il secondo si diverte a martoriare il proprio strumento, dal quale tira fuori lancinanti feedback attraverso un sistema di tamburi in risonanza e piccoli altoparlanti. La musica firmata Aspec(t) è, in una parola, sperimentale, animata da una ricerca continua nell'ambito dell'improvvisazione elettroacustica, con risultati sempre intriganti, anche quando sfocia nel noise puro. Grumi sonori, spasmi ritmici e persino una voce, impegnata in suoni gutturali primitivi. Il tutto, però, con un'identità precisa, così da dare l'impressione di essere di fronte a un progetto che può davvero dire la propria anche in un contesto internazionale.
Guido Siliotto

David Prudhomme

David Prudhomme
“Rebetiko”
Coconino Press / Fandango, pp. 104 a colori, euro 17
“Da quando ho scoperto il rebetiko sono rimasto avvinto dall'universo e dallo spirito libertario di questa musica”. David Prudhomme, che non è greco né musicista, spiega così la genesi di questa graphic novel dedicata più che a un genere musicale, alla sua forza dirompente, capace di spezzare catene e mettere in discussione anche il più ottuso e violento dei regimi. Quando, alla fine degli anni Trenta, in Grecia si afferma la dittatura militare, il rebetiko – che laggiù è un po' come il tango in Argentina, per intenderci - viene vietato e i musicisti perseguitati come delinquenti. La storia è quella di alcuni di loro, che vagano per la città sempre armati di bouzouki, tra donne, alcol e hashish. Prudhomme dimostra qui tutta la propria grandezza. Straordinario il tratto dell'artista francese, ma ancor più l'uso del colore, che restituisce con maestria sia le atmosfere dei fumosi locali, quanto il sole splendente tra le rovine di un'antica civiltà, una volta, tanto tempo fa, patria della democrazia.
Guido Siliotto