martedì 28 settembre 2010

Bachi da pietra

Bachi da pietra
“Insect Tracks”,
Wallace / Boring Machines / Bronson
Se non vivessimo tempi di magra, potremmo inquadrare questa, di primo acchito, tra le operazioni commerciali volte ad approfittare del successo di una band recuperandone alcune canzoni live oltre ai soliti inediti. Ma non scherziamo, qui siamo nel sottobosco italiano, dove ancora le cose si fanno con una certa dose di passione e convinzione. Se non bastasse, Bachi da pietra è tra le realtà più significative di questi ultimi anni, quindi ben arrivato a questo nuovo lavoro - ideato da Francesco Donadello dei Giardini di Mirò - che già si distingue fin dal formato, vinile più dvd (un documentario con immagini che frugano tra dimensione live e studio, firmato dal video-maker Luigi Conte). Nel disco, registrato al Teatro Dimora l'Arboreto, otto tracce di cui sei dal vivo che rappresentano lo stato attuale – dopo i numerosi concerti della band – nell'evoluzione di alcune delle tracce più riuscite del duo, sempre più scarne e minimali. Tutt'altro che riempitivi gli inediti, citando niente meno che Tom Waits. A questo punto aspettiamo Bruno Dorella e Giovanni Succi al varco del quarto album, “Quarzo”.
Guido Siliotto

Heraclite

Heraclite
“Heraclite”
Naxo / Urgence Disk
Nel marasma di uscite discografiche, ogni tanto ce n'è qualcuna che, per qualche particolare motivo, riesce a farsi strada e stimolare la curiosità. Non è facile, ma questo cd firmato Heraclite parte con una marcia in più, vista l'idea di partenza, quella di musicare nientemeno che le parole dell'antico filosofo greco Eraclito (quello del celebre aforisma “Tutto scorre”, per intenderci). Ma lungi dal voler dare ad esse un abito pomposo e solenne, questa band - che annovera musicisti francesi, svizzeri e greci - opta per una forma musicale molto vicina al post-punk più tribale. Un suono che richiama alla mente – tra le altre – band come 23 Skidoo e, a tratti, Blurt, vista anche la presenza di un sassofonista oltre al classico trio chitarra-basso-batteria. La voce, però, resta il tratto distintivo, impegnata a cantare le parole del filosofo, non senza creare un certo senso di spaesamento all'ascolto, vista la particolarità dell'idioma prescelto, il greco antico. Nel complesso si tratta comunque di un disco che lascia soddisfatti, specie nei suoi momenti più ritmati, c'è solo da chiedersi cosa Gautier Degandt e soci si inventeranno per il futuro.
Guido Siliotto

Joe Boyd

Joe Boyd
“Le biciclette bianche. La mia musica e gli anni sessanta”
Odoya, pp. 286, euro 18
Joe Boyd è stato un protagonista degli anni sessanta – periodo che lui racchiude tra due date: l'estate del '56 e l'ottobre del '73, con l'apice nel luglio '67 con l'esibizione dei Tomorrow all'UFO di Londra. Tour manager di Muddy Waters, produttore di Nick Drake, Pink Floyd e Fairport Convention, Boyd è il classico personaggio senza il cui lavoro, seppure lontano dai riflettori, forse le cose sarebbero andate diversamente. Con “Le biciclette bianche. La mia musica e gli anni sessanta” non può fare altro che procedere come si fa con un'autobiografia, raccontando le cose fatte e vissute. Fatto sta che, parlando di sé, parla di un mondo magico e irripetibile, pieno di musica, creatività, case discografiche a caccia di talenti, grandi concerti e artisti unici.
Guido Siliotto

ElectroAcousticSilence

ElectroAcousticSilence
“Flatime”
Amirani
Non è certo una novità l'incontro tra jazz ed elettronica, nel nome del quale sono nati enormi capolavori, ma sono stati compiuti anche terribili misfatti. Se non è alla novità dell'idea che ci si può affidare, allora, in questi casi conta l'ispirazione, l'onestà e la bravura del musicista. A parte il fatto che Amirani Records è ormai garanzia di qualità e dunque il suo marchio già ben predispone all'ascolto, il lavoro firmato ElectroAcousticSilence è senz'altro ottimo. L'ensemble è composto da Mirio Cosottini e Alessio Pisani ai fiati, Filippo Pedol al contrabbasso e al basso elettrico, Andrea Melani alla batteria. Assieme a loro, il giapponese Taketo Gohara riveste il ruolo di “sound designer”, imponendo dunque il dialogo tra gli strumenti più classici del jazz e il computer. Senza spingersi verso impervie sperimentazioni, i musicisti coinvolti preferiscono seguire strade che assicurano la piacevolezza dell'ascolto, realizzando così un'opera che, pur sperimentando, riesce a comunicare agevolmente tutta la propria bellezza.
Guido Siliotto

The Hutchinson

The Hutchinson
“Clan”
Wallace / Il verso del cinghiale
Torna il quartetto che ha preso in prestito il nome dal biondo di “Starsky & Hutch”, già così suggerendo che le Ford Gran Torino rosse con una striscia bianca, le sparatorie e gli inseguimenti fanno parte delle passioni extra-musicali, mentre il suono è in buona parte debitore del funky più grezzo e aggressivo. Una componente che, disciolta in un magma noise, genera questa esplosiva miscela che rende dirompenti i brani che compongono “Clan”, nuovo lavoro firmato The Hutchinson, licenziato dalla veterana Wallace in collaborazione con la giovane ma promettente Il verso del chinghiale. Non ci sono grosse evoluzioni rispetto al precedente parto discografico: l'idea di partenza consiste nel realizzare cavalcate strumentali potenti e senza mezze misure, dove gli strumenti colpiscono allo stomaco e la sezione ritmica fa scuotere la testa, mentre l'inserto di un sax dall'indole free-jazz rende il tutto ancora più sfizioso. La perizia musicale dei quattro e la qualità del suono rendono il disco davvero un gioiellino da non perdere, almeno per chi ama questo tipo di sonorità.
Guido Siliotto

Roberto Calabrò

Roberto Calabrò
“Eighties Colours. Garage, beat e psichedelia nell'Italia degli anni Ottanta"
Coniglio, pp. 240, euro 34
Italia, 1985, esce "Eighties Colours", disco compilation che contiene i brani più significativi di una manciata di oscure band e che diventa ben presto il manifesto di una scena musicale che trova nei sixties la propria linfa vitale. Mentre impazza la new wave, alcuni musicisti decidono di guardare ai suoni di vent'anni prima e creare un mondo fatto di psichedelia, garage-rock, pantaloni scampanati, improbabili caschetti e camicie sgargianti. La Toscana, al solito, è in prima linea: Birdmen Of Alkatraz, Liars, Pikes In Manic, Steeplejack, Soul Hunters e Strange Flowers sono i nomi di punta. Il libro del giornalista Roberto Calabrò (“L'espresso”, “La Repubblica”) per la prima volta fotografa quegli anni con grande passione e competenza, un excursus che tiene conto dei musicisti, dei dischi e delle fanzine, arricchito da un ampio corredo di immagini e una discografia ragionata.
Guido Siliotto

Prince

Prince
“20Ten”
NPG
Prince è tornato e lo ha fatto, come al solito, a modo suo. “Internet è finito,” ha tuonato “non vedo perché dovrei dare la mia musica ad iTunes, visto che non mi paga in anticipo”. E così, deciso a sorpassare la Rete, oltre che le odiate case discografiche, ha pensato – come già per “Planet Earth” - di far uscire il suo nuovo cd in allegato ad alcune riviste europee - Italia esclusa, purtroppo. Del resto, se Internet è in grado di rendere disponibile, gratis e illegalmente, ogni nota che viene pubblicata oggigiorno, compresa la sua, tanto vale fare un bel regalo ai fan, oltre che una mossa pubblicitaria niente male. E, perché no, puntare sui concerti, che Prince ha tenuto in giro per il nostro continente durante l'estate (Italia esclusa, ancora una volta), anche se poi la scaletta era per lo più incentrata sui vecchi brani più celebri. “20Ten” - composto, suonato e prodotto tutto da Prince - è comunque un'ottima raccolta di canzoni, che guarda un po' al passato e un po' al presente, muovendosi agilmente, come solo il genietto di Minneapolis è capace di fare, tra i mille rivoli della black music, il tutto in una sintesi che resta, nonostante gli anni, un invidiabile marchio di fabbrica. Domina la componente funky, ma ci sono molte derive soul, fin dal brano d'apertura, “Compassion”, qualche pezzo lento (“Future Soul Song”) e incursioni hip-hop, come nella conclusiva secret-track “Laydown” dove il musicista di Minneapolis ironicamente conia per sé un nuovo epiteto, citando Guerre Stellari per autoproclamarsi nientemeno che “The purple Yoda”. Ad ogni modo, sebbene non al livello dei suoi album più classici, “20Ten” è senza dubbio un ottimo ascolto, sebbene confermi la sensazione che sarà difficile potersi attendere in futuro grosse novità dalla musica di Prince.
Guido Siliotto