martedì 26 gennaio 2010

Culture Reject

Culture Reject
“Culture Reject”
White Whale
Ruota attorno alla figura del polistrumentista Michael O'Connell questo lavoro firmato Culture Reject, esordio solista del musicista canadese dopo l'esperienza con i Black Cabbage, band attiva nella scena di Montreal. È lui che firma tutte le canzoni, pur avvalendosi della collaborazione di una miriade di amici e artisti - compresa una sezione fiati - compagni d'avventura e di jam casalinghe. Del resto, fin dal primo ascolto, si capisce che l'idea di fondo era quella di mescolare le carte, non fermarsi alle prime ispirazioni, ma abbandonarsi, nella composizione così come negli arrangiamenti, alle influenze più svariate, frutto dei viaggi di O'Connell tra Africa e Cuba. Ecco allora che accanto alle radici folk e al massimo rispetto per la classica forma canzone, si inseriscono elementi tratti da culture diverse, magari piccole sfumature che contribuiscono però a rendere interessante un lavoro per altri versi tutto sommato convenzionale. Ne viene fuori un gioiellino, magari piccolo piccolo, ma comunque consigliato.
Guido Siliotto

Levis Hostel

Levis Hostel
“Star Bell Jar”
Persian Surgery / Outline
Di Levis Hostel già ci siamo occupati in occasione della pubblicazione dell'ep d'esordio, “A Minor Quarrel”, intrigante uscita del 2008. Ci torniamo grazie a questo “Star Bell Jar”, a tutti gli effetti prima fatica sulla lunga distanza e precisazione degli intenti della band capitanata da Ezio Piermattei, autentico deus ex machina della faccenda. In copertina ci becchiamo Bing Crosby, Danny Kaye e Rosemary Clooney, protagonisti del temibile “White Christmas”, che a parlarne adesso, a feste finite, si cade nel puro sadismo. Ad ogni modo, giacché il Piermattei pare un giocherellone e ci è simpatico per questo, fughiamo subito ogni dubbio: sebbene il sottotitolo reciti “The spirit of Christmas won't set me free till next summer”, non è che qui ci siano balocchi o fiocchi di neve. Piuttosto, un pugno di canzoni che si muovono abilmente in ambito indie-pop, ma con spudorate ed amabili reminiscenze glam. A chiudere il cerchio, un'agile cover dei Pavement (“Here”). Da tenere d'occhio.
Guido Siliotto

Brimstone Howl

Brimstone Howl
“Big Deal. What's He Done Lately?”
Alive
Se garage rock è la parolina magica che fa accendere tutte le lampadine, allora Brimstone Howl è un nome che già vi dice molto più di qualcosa. La band di Lincoln, Nebraska, è ormai da qualche tempo una delle protagoniste in tale ambito e gli appassionati non si saranno persi le gesta più recenti e un album efficace come “We Came In Peace”, uscito l'anno scorso. Quel blues datato sixties, sporco e cattivo, pesantemente influenzato da un evidente piglio punk, è rapidamente diventato una garanzia di qualità. Tanto che la band di Nick Waggoner (voce e chitarra), John Ziegler (voce e chitarra) e Calvin Retvlaff (batteria), in pista dal 2002 come Caesar the Greaser, poi Zyklon Bees e, finalmente, col definitivo nome Brimstone Howl, si è attirata l'attenzione grazie alle sue esibizioni altamente elettriche e al vizietto di pubblicare ancora a quarantacinque giri, merce rara e, come si sa, assai apprezzata dai feticisti. L'ultimo album, “Big Deal. What's He Done Lately?”, ne esalta tutte le potenzialità: registrato in pochi giorni, con un suono grezzo e diretto, è senza dubbio quanto di meglio si possa chiedere oggi in ambito garage.
Guido Siliotto

Welles

Welles
“33:44”
autoprodotto
Ha scelto di farsi chiamare come un regista geniale e anticonformista: il lodigiano Massimo Audia ha deciso di optare per uno pseudonimo altisonante come Welles per dare alla luce dischi che lui stesso definisce autoreferenziali. Il procedimento ce lo svela lui stesso volentieri: in camera da letto, solo con un computer e vecchi vinili, inizia l'opera di assemblaggio, lunga e faticosa. Qualche volta aggiunge una chitarra, ci canta sopra con un microfono di plastica e poi stravolge tutto con il software. “44:33” è il suo secondo cd, che raccoglie canzoni registrate negli ultimi tre anni, ma giura di avere già pronto il materiale per un seguito, dall'emblematico titolo “Radical Shit”. Non è proprio l'ultimo arrivato (suona tra l'altro coi Satantango) e si sente: il gusto c'è, basterebbe scorrere le influenze dichiarate sul suo www.myspace.com/wellesmars, da Captain Beefheart ai Devo. Noi ci permettiamo di aggiungere il post-punk tribale dei Liars e, scusate se è poco, Beck. Ad ogni modo, fresco e divertente, un cd davvero consigliato.
Guido Siliotto

Georges Brassens

Georges Brassens
“Le strade che non portano a Roma. Riflessioni e massime di un libertario”
Coniglio, pp. 96, euro 10
Era l'autore preferito da De André, che ne tradusse in italiano alcune tra le più celebri delle canzoni (come “Il gorilla” e “Marcia nuziale”): Georges Brassens, poeta e musicista, è stato una delle voci più autentiche degli ideali anarchici e libertari del novecento, non a caso definito come “un poeta che scende in piazza come si scende in una sommossa”. Questo volumetto edito da Coniglio per la collana “Baguettes”, dedicata agli autori un po' scomodi e folli, contiene una serie di pensieri, spunti e riflessioni sui più diversi argomenti: gli ideali, la fede, l'amore, la poesia, la musica. Una ricerca tra appunti, interviste e quant'altro per un ritratto inevitabilmente frammentario, che ci dice quanto istintivo e azzardato fosse il suo pensiero, convinto che “è più difficile piacere a dieci spiriti distinti che a diecimila creduloni imbecilli”.
Guido Siliotto

Luminance Ratio

Luminance Ratio
“Like Little Garrisons Besieged”
Fratto9 under the sky / Boring machines
Nasce dalla collaborazione tra Eugenio Maggi (Cría Cuervos, Slave Auction), Gianmaria Aprile (Ultraviolet Makes Me sick) e Andrea Ferraris (Airchamber 3, Ur, Ulna, John Russel, Sil Muir) il progetto Luminance Ratio, che con "Like Little Garrisons Besieged" dà vita alla prima pagina di un libro ancora da scrivere. Vista la qualità del cd e la personalità dei tre musicisti coinvolti, c'è da credere che si tratti di rose che fioriranno. Per ora, bastano questi pochi petali a soddisfare chi ama derive e approdi della musica elettroacustica, la commistione tra chitarra e laptop, l'incontro fra folk, drone e field recording. Anche gli strumenti tradiscono una propensione al mescolamento delle carte con una continua dialettica digitale/analogico. L'effetto è, oltre che qualitativamente sopraffino, foriero di autentiche emozioni, dall'arpeggio ancestrale del brano eponimo in poi. C'è, come ultima traccia, la benedizione di Paul Bradley (Twenty Hertz, Monos), che si diletta in un remix che fonde tutte le idee del disco in un'unica traccia.
Guido Siliotto

lunedì 11 gennaio 2010

Him

Him
“Hmmmm”
HipHipHip
Qualcuno si ricorderà di Doug Scharin per la sua partecipazione alle gesta di band del calibro di June of 44 e Rex. Tuttavia, il cuore della sua arte si trova nel progetto denominato Him, una delle realtà più originali del rock degli ultimi 15 anni. Il motivo è semplice: impossibile incasellarne le sonorità e non fa eccezione neppure questo ultimo album, pubblicato in Europa dalla neonata etichetta francese Hip Hip Hip, che ha per titolo un ideogramma giapponese da pronunciarsi “hmmmm” . È proprio il Giappone uno dei luoghi preferiti da Scharin, che è solito collaborare con musicisti di quella scena e anche stavolta ha registrato le nuove canzoni tra Tokyo e la California. Il risultato è magnifico e risulta assai difficile definirne le coordinate, se non ricorrendo a formule astruse, ma per dare un'idea si pensi a una miscela tra post-rock, dub e ritmi tropicali. Uno scenario intenso e affascinante, per un artista che continua a rappresentare una delle menti più creative del rock dei nostri giorni.
Guido Siliotto